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venerdì 3 marzo 2017

Purity, a novel - not the best ever - by Jonathan Franzen

- Se nel titolo già scrivi che questo romanzo non è uno dei suoi migliori, stai già dicendo quello che pensi del libro. Non dovresti.
- Hai ragione, ma io lo penso e questo blog lo curo io. E' chiaro che mi posso esprimere liberamente.
- Certo. Ma in astratto. Perché se tu hai l'ambizione di essere universale e di arrivare a tutti, non 'toccherai' tutti quanti, perché la tua scelta già ti inimica quelli che ritengono Purity IL capolavoro di Jonathan Franzen. A loro non arrivi.
- Ma l'universalità è una bufala. Se pensi di avere un messaggio 'universale' da dare a tutti, non arriverà a tutti. Magari risulterà indifferente. Pensa ad un autore che ti piace: piace a tutti? E se piace a tutti, non ti sembra sospetto?

Questa conversazione che si svolge nel mio cervello, o nel mio cuore, mentre penso all'ultimo romanzo di Franzen, restituisce pallidamente la cifra del libro stesso, ed è anche l'unica critica formale che muovo all'opera. Non posso dirmi un esegeta di Franzen, ma ho letto tutti i suoi libri (tranne il primo). E per libri intendo anche i saggi etc. Quindi conosco il suo stile, il periodare, le tematiche che ritornano, la cura che ha nel tratteggiare personaggi e plot. 


La critica formale. In Purity sono messi in scena straordinari personaggi: profondi, complessi, intimamente legati gli uni agli altri. Franzen è un maestro nel gestire la trama, nel farli muovere attraverso il tempo e lo spazio, allacciando e slacciando relazioni. In questo è insuperabile. Quando si butta a capofitto - per righe e righe - a descrivere quello che sta accadendo nella testa, o nel cuore, di ciascun personaggio - Andreas Wolf, Tom Aberant, Purity Tyler, Penelope Tyler, Annegret, Collette, etc. - Franzen si Franzenizza. L'impressione è che i personaggi siano troppo scavati, che pensino troppo, che i loro movimenti interiori siano indagati in maniera così puntuale (universi dove emergono profonde contraddizioni e problemi dilanianti e stranianti) da diventare paradossali. L'effetto che Franzen ottiene quando entra nella testa di Wolf e racconta cosa lo ha fatto diventare quello che è, e tutto quello che pensa (sulle persone, sulla Germania dell'Est, su Dio, sulle donne, sul comunismo, sulla sua famiglia, sulla Stasi...) è quello di stordire il lettore. Davvero è così complicato? Davvero gli uomini, le donne, sono così complicate? E quando ti poni la domanda sulla credibilità dei personaggi, è già venuta meno la 'sospensione della credulità' che, invece, ci serve per empatizzare coi personaggi e credere che il loro mondo sia reale quanto il nostro. Anzi, che sia il nostro.

Questo è ciò che mi è accaduto leggendo alcune pagine di Purity. Alla fine, come ho detto a chi me lo ha chiesto (come è il libro?), delle 637 pagine dell'edizione italiana, forse un centinaio si potevano tagliare.

Il titolo, il tema. La protagonista femminile del libro di Jonathan Franzen è Purity 'Pip' Tyler. Il nome le è stato dato dalla madre, Penelope, che non le ha mai rivelato il nome del padre. Pip desidera conoscerlo, ma la madre rifiuta anche solo di parlare dell'argomento. E' questo uno dei 'motori' dell'azione che porterà Purity fino in Bolivia, sulle tracce dell'identità del padre. La purezza in questo caso è quella desiderata dalla madre che con Pip ha voluto ricominciare da zero, cancellando il suo passato: un nuovo inizio, un nuovo Eden. E Purity manifesta nel suo essere una purezza d'animo, pur vivendo in una casa occupata e provando attrazione per un uomo sposato. Andreas Wolf era in cerca di purezza, in fuga da un passato delittuoso e dalla Stasi, da una famiglia opprimente: la ricerca di redenzione passa per lui attraverso la creazione del Sunlight Project, che opera un po' come Wikileaks di Julian Assange. Wolf vuole 'illuminare' e portare alla luce al tempo stesso, ed è considerato un puro, pur non essendolo. Tom Aberant ha invece aperto il Denver Indipendent, un giornale online rigoroso, dove cerca di fare giornalismo utile, sociale, d'inchiesta. Anche lui, considerato uomo incorruttibile e tutto d'un pezzo dovrà fare i conti con un passato che ritorna.

Il tema della purezza aleggia su tutto il romanzo. Nelle vite dei personaggi, nei loro tentativi di fare qualcosa di buono, frustrati dalla natura stessa dell'uomo, alla quale sembra impossibile sottrarsi alla corruzione, al male. Un mondo dove gli adulti non sono guide credibili e sono mossi, in realtà, da istinti bassi, talvolta bassissimi. I giovani - Pip, un ragazzo autistico, un ragazzo disabile - invece sembrano in grado muoversi nella trama del romanzo e sulle strade della vita più responsabilmente, con gli ideali scossi dagli eventi ma ancora intatti. E alla fine, banalmente - ma questo on è mai banale - è l'amore, che si presenta a Pip con sembianze note ma nuove al tempo stesso, a chiudere la storia. Sono gli occhi di Purity ad essere cambiati e a poter cogliere, ora, una nuova possibilità di vita, di speranza, in un mondo di relazioni fallimentari e di ideali traditi.

Happy ending? Ho sempre trovato una chiave di lettura positiva ai romanzi di Jonathan Franzen. Da Forte movimento a Le correzioni a Libertà fino a Purity, la fine della storia si apre alla possibilità di una vita migliore. Non per tutti i personaggi del libro, ma per qualcuno sì. Dopo la morte del marito, per Enid si apre una nuova prospettiva, anche se si trova già in terza età avanzata. E i suoi tre figli, dopo aver attraversato il romanzo e mille peripezie, sono cambiati, forse più consapevoli se non migliori. La vita, insomma, insegna e non scorre invano. In Libertà impossibile non amare il finale straordinario, dove la coppia si ricompone in un crescendo psicologico emozionante e straordinario, dove anche il particolare di un'immagine su un cancello rende giustizia alla storia e ai suoi personaggi. In Purity, Pip tra le braccia di un ragazzo, esitante, appassionato, 'puro' come lei, può sperare, se non altro, di far meglio dei suoi genitori.

giovedì 16 febbraio 2017

Robinson Crusoe by Daniel Defoe: finalmente

Un rapido pensiero. A parte la soddisfazione di aver finalmente letto uno dei libri più citati e (forse) letti di ogni tempo, se non altro uno dei capisaldi della letteratura avventurosa. Ma Robinson Crusoe non è un libro per ragazzi, perché per tematiche e quel soffio di spiritualità che lo attraversa, parla molto anche ai 'grandi'. La storia è arcinota: un giovane, Robinson Crusoe, disobbedendo al padre che vedeva per lui una carriera nella City, si imbarca, all'inseguimento del suo destino, spinto da una irrequietezza che sembra dirgli: più in là.

Le peripezie sono incredibili: viaggia, naufraga, scampa da morte certa, riparte fortunosamente, arriva in Brasile, crea una piantagione, la gestisce, riparte in nave, naufraga sull'isola dove resterà solo per 24 anni, e in compagnia di Venerdì per gli ultimi tre, prima di rientrare - sempre fortunosamente - in patria. Più ricco, più saggio, ma sempre pronto a ripartire. Infatti il libro si chiude con l'annuncio, forse, di un nuovo resoconto di tutto il resto delle sue avventure, capitate nei dieci anni successivi. Nonostante si tratti di un classico, che non avevo ancora letto, e che lo stile - prima persona singolare - e l'ambientazione non siano, ovviamente, tra i miei preferiti, il fatto di aver trascorso il tempo della lettura a rosicchiare le unghie, cosa che di solito non faccio, significa o che avevo fame, o che ero sulle spine.

La narrazione infatti procede spedita di avvenimento in avvenimento e la curiosità di scoprire che accadrà dopo diventa con il passare delle pagine una spinta formidabile. Anche coltivare un campo di riso su un'isola sperduta diventa qualcosa di avventuroso ed interessante quando l'autore - Defoe fa rima con Crusoe - è in grado di portarti lì, ad osservare Robinson che cambia, matura, cresce. Fino quasi a diventare 'credibile', nonostante l'effetto 'grottesco' che si viene a creare quando davvero, in certi punti, le peripezie che gli capitano finiscono per sembrare davvero 'troppe', fin quasi al punto che la 'sospensione della credulità' vien meno.

La scelta di Robinson Crusoe arriva dopo la lettura - rapida, bruciante, appassionata - di "Più lontano ancora", la raccolta di saggi, testi vari, di Jonathan Franzen, nel quale è narrato - nel racconto che da' il titolo alla silloge - del viaggio dell'autore verso un'isola remota, in compagnia di una parte delle ceneri dell'amico David Forster Wallace, e del libro di Defoe: Robinson Crusoe. Un racconto nel quale Franzen conclude, a proposito di se stesso, che il desiderio di fuggire dal 'mondo' gli aveva fatto capire, una volta solo in mezzo alle intemperie su un'isola praticamente disabitata e selvaggia, che il 'mondo' gli mancava e che il 'mondo' era, alla fine, il suo posto. 

Per me, che in questa fase della mia vita, sono solleticato dall'idea di un abbandono del 'mondo', per un ritiro bucolico all'insegna dell'autoproduzione, della permacultura, della bioedilizia, e magari tutto questo in condivisione - comunità - con amici o persone che condividono la mia / nostra visione del mondo, Robinson Crusoe è stato un piacevole divertissement, uno svago. Dove più che le azioni violente con le quali il protagonista riusciva, per esempio, ad uccidere i cannibali che, dopo oltre venti anni di solitudine, si erano recati sulla spiaggia per consumare un banchetto a base di carne umana (ma solo di nemici vinti in battaglia), ciò che assorbiva tutta la mia attenzione erano le descrizioni della costruzione della casa, lo scavo della grotta, la lavorazione del legno per il varo della nave, la pianificazione delle coltivazioni, la creazione di recinti e palizzate, di pascoli per il bestiame. La fase della semina, della mietitura; lo studio delle stagioni e del terreno, dell'andamento delle piogge, per capire quando e come agire per ottenere dal terreno la massima resa. Questo è ciò che, più del resto del libro, mi ha affascinato. Non il mito dell'uomo che, in perfetta o quasi solitudine, riesce a vivere facendo uso del proprio ingenio - come Cyrus Smith & co. nel libro di Jules Verne L'isola misteriosa - ma le modalità per domare la natura e servirsene rispettandola.

Piacevole sorpresa, inoltre, l'approfondimento spirituale: Robinson scopre l'importanza del rapporto con Dio. Per arrivare a comprendere che, tutto ciò che gli è capitato, in una lettura che non può che essere fatta a posteriori, era stato un dono di Dio: ogni evento aveva trovato la giusta collocazione in una storia di Provvidenza celeste. Si coglie bene quando il capitano inglese della nave ammutinata, verso il finale, gli dice che Robinson è un dono di Dio per lui, perché lo ha salvato da morte certa e lo ha aiutato a recuperare la nave; così Crusoe capisce che la sua vita può avere un senso, per gli altri, che lui stesso non era in grado di dare a se stesso. Il protagonista, mentre legge e impara i testi della Bibbia - l'unico libro, tra l'altro non suo, che si era salvato dal naufragio - cambia. Dopo una malattia che, all'inizio del romanzo, già naufragato sull'isola, lo colpisce fino quasi a morire, Robinson - che sembra dal punto di vista religioso un puritano - si rende conto della sua fragilità: ha domato la natura, ha costruito la sua casa, ha addomesticato animali. Ma il fatto di saper provvedere a se stesso compiutamente, non è ragione sufficiente per poter pensare di sopravvivere. Si ha sempre bisogno di un altro. Robinson scopre cioè che le sue abilità sono talenti, che ciò che riesce a fare è un dono, che la sua stessa vita acquista un senso in relazione ad un altro: che sia Dio, che sia il prossimo. 

lunedì 15 ottobre 2012

Il senso di una fine. The sense of an ending

Il senso di una fine è ambivalente: da un lato è il senso della fine di Adrian. Ma è anche il senso della fine della vita del protagonista, della vita di ognuno. E' il senso del destino di tutti - la morte - ma anche più strettamente, del suo rapporto con Veronica. La disquisizione sulla "storia", che sembra accidentale, nella rievocazione degli anni del college, ovviamente, accidentale non è. Ci sono già lì le basi per capire - e l'autore/protagonista lo ripete abbastanza spesso - che la storia non esiste, o meglio: la storia personale è un insieme di fatti rievocati dalla memoria personale, e pertanto potrebbero anche essere memorie di cose andate diversamente. Per questo c'è bisogno di conferme: Ti ricordi quando siamo andati a vedere la marea? chiede a Veronica. Il suo sì conferma la verità di quel ricordo, perché condiviso.
Non era stato possibile cioè capire perché Adrian si fosse ucciso - e, fra l'altro, sulla cosa, cala subito il riserbo di tutto il gruppo di amici che non hanno il coraggio di chiedere o di andare a fondo, salvo farlo 45 anni dopo circa - proprio perché era appena avvenuto. 
Tanti anni dopo invece tutto si dipana, nonostante la durezza di Webster che sembra non riesca proprio a capire alcunché. Ma neanche il lettore capisce alcunché e solo nella penultima pagina circa viene svelato l'arcano. Tony può comprendere solo ora, solo ora che non è più possibile - per dirla con Franzen - apportare alcuna correzione

Oltre ai personaggi che si alternano nelle pagine è la memoria la protagonista di questo racconto lungo: la memoria selettiva, la memoria fallace, la memoria di tutti, in base alla quale si tende, della propria vicenda personale, a ricordare tanto, dimenticare molto, modificare qualcosa. Il fatto che poi Tony ci racconti della cartolina su cui ha scritto ai due fedifraghi "vi benedico" salvo poi scrivere una lettera più acida, senza rivelare al lettore cosa ci sia, in quelle nuove righe, è una selezione che Tony/Barnes fa nei confronti del lettore medesimo: non ci rivela un particolare essenziale. La trasposizione integrale della lettera nel capitolo due sarà una rivelazione per lui stesso, ma anche per il lettore, perché questo mite, inerme forse inetto uomo, che ha visto la vita scorrere via senza fare nulla per esserne protagonista, un uomo che si accontenta, in realtà ha inferto pugnalate tremende al suo più caro amico, al suo più grande (?) amore. Ciò che poi ne è seguito, è l'imponderabile della vita di ognuno, ciò che sperimentiamo. Mai e poi mai ovviamente Tony avrebbe voluto che si avverasse quello che aveva scritto, ma era successo. Letteralmente, quasi. Ed è perfettamente inutile chiedere scusa: lo fa perché si sente in colpa, ma ha anche la consapevolezza che quel ragazzo poco più che adolescente, redattore di quella missiva "micidiale", per l'appunto non esiste più. Se ne dissocia pur non potendo, in effetti, farlo realmente, perché è sempre se stesso. Si assolve, ma si sente comunque in difetto, in colpa. E quando capisce quale orrore sia avvenuto tanti anni fa, non se ne sente responsabile, ma ne soffre. E chiude con il tempo, il tanto tempo inquieto che viviamo tutti. 

C'è tanto in questo libro che mi ha attirato: la paura di condurre-rischiare di condurre una vita come il protagonista, accettando e lasciandomi vivere (non è così al 100%, ma chi si può dire libero a tal punto da non assecondare nulla e nessuno? Non è forse vero che tutti ci facciamo, giocoforza, trascinare dagli eventi? Chi è in grado di resistere resistere resistere tutti i giorni, opponendo strenua resistenza? O non è forse vero che è solo adattandosi che l'essere umano riesce a crescere, maturare e anche a progredire? E quali sono le battaglie che vale la pena combattere e quelle che invece si possono perdere?). 
Poi c'è la memoria: anche io facilmente dimentico cose spiacevoli, ricordo spesso solo il bene. In pratica: me la racconto. E anche io solo oggi riesco a capire - e andando avanti, capisco sempre meglio - il valore di alcuni episodi/vicende della mia non più breve vita. Il trascorrere del tempo, nonostante le nostre interpunzioni e interpolazioni e la benevolenza che vogliamo a noi stessi, in qualche modo ci dona maggior consapevolezza, maggiore lucidità. Ed è proprio quello che i ragazzi all’inizio sanno per teoria, ma che poi sperimentano con la pratica di un’intera vita solo alla fine. Allora ripenso a Pavese e al suo alter ego nella "Casa in collina", quando aggirandosi fra le sue colline, si immaginava di vedere in un sasso, in un dosso, qualche corpo morto. E che i morti si assomigliano tutti, perché “solo per loro la guerra è finita davvero”. Sono fatti, quelli della seconda guerra mondiale, per esempio, ancora troppo vicini a noi, per poter avere quello sguardo che Tony riesce, comunque con difficoltà, a gettare sulla storia, sulla sua storia. Ma questo non c’entra niente con la nostra storia, come scrive tante volte Barnes nel libro, aprendo parentesi che subito richiude. 

Barnes scrive bene, a volte indugia nell’autocompiacimento – ma è un “falso storico”, perché chi si autocompiace, alla fine, non è lui ma Tony Webster, convinto che la sua mediocritas, per tutto il libro o quasi, sia un valore. E che non ci sia stato nulla di male. Un uomo che chiede a Veronica addirittura se, secondo lei, lui la amava davvero. E lei laconica: se mi fai questa domanda, se non lo sai tu, allora vuol dire che non mi amavi. Quanto anche noi difettiamo di autoanalisi, della capacità di leggerci dentro. Perché, credo, viviamo una vita spesso meccanica e non riusciamo se non raramente ad alzare la testa, ritrovarci sotto un cielo di qualsivoglia colore, a dire: questo sono io, questo sono io qui in questo momento. Rari momenti di consapevolezza. 

Scrive bene, Barnes, dicevo: preciso e chirurgico, con lampi di asciutto acume come “che sproporzione fra le loro ansie e le nostre esperienze”, a proposito dei timori che i genitori dei quattro amici avevano sui pericoli cui essi andavano quotidianamente incontro. 

Trama ben congegnata, con alcuni elementi decisivi disseminati qui e là (il diario nelle mani della madre di Veronica e non in quelle di Veronica, perché? Perché “gli ultimi sei mesi sono stati i più felici”, che ne sa la madre, anzi La Madre di Veronica?) che, insomma, si potevano cogliere anche prima, se non fosse che l’immedesimazione con il protagonista diventa tale nel lettore che, alla fine, si pensa e si agisce come lui, senza opporre resistenza agli eventi, senza accorgersi di quello che, macroscopico, passa davanti agli occhi. 

E poi c’è un insegnamento, che ho colto e su cui devo riflettere. Ad un certo punto Webster riflette sul fatto che passiamo tanto tempo a scrivere, fare foto, etc. perché vogliamo lasciare traccia di noi. Ma se non c’è nessuno che ci legge o che guarda quelle foto, allora, a cosa serve? Come dire: meglio incontrarsi davvero e parlarsi, piuttosto che lasciare su un foglio quello che vogliamo dire a qualcuno, magari a qualcuno che amiamo. Allora mi chiedo, ma la domanda non riesco ancora a formularla precisamente: scrivere per raccontare mi aiuta a vivere meglio la mia vita, oppure sto solo perdendo tempo, perché se non ci sono lettori, il mio lavoro è vano? Lei mi dice che scrivere è comunque terapeutico. Ma l’aspirazione, l’ambizione all’universalità del proprio pensiero, a raggiungere tanti lettori, realizzabile solo per la reale presenza di un pubblico, come fa a reggere se questo pubblico non c’è, non ci sarà mai? 
E poi, dal punto di vista ‘storico’ personale: chi saprà veramente chi sono, cosa pensavo quando ho scritto, e perché ho scritto, se non mi è chiaro neanche ora? Vale a dire: anche io correrò il rischio di essere ricordato ‘per difetto o per eccesso’, sulla base di memorie per forza di cose parziali o fallaci. Ma ora di scrivere non posso fare a meno, e sono contento di aver letto questo libro e che qualcuno l’abbia scritto. Qualcuno un giorno penserà lo stesso del mio lavoro. Ne sono sicuro. Ma non posso saperlo. Mi auguro che accada.

mercoledì 14 ottobre 2009

Marcus Messner

Marcus Messner è un ragazzo americano di origini ebraiche nato nel 1932 che ha partecipato alla guerra di Corea nel 1952. La sua storia ci viene raccontata da Philip Roth nel suo ultimo lavoro, 'Indignazione', appena uscito in Italia. Marcus è un esemplare raro di virtù e abnegazione, che ha capito che "nella vita va fatto ciò che si deve fare" pulendo le interiora dei polli nella macelleria kosher di suo padre a Newark. Dopo quelle che noi chiameremmo scuole superiori, si iscrive al Robert Treat, un collegio vicino a casa, dove studia con il massimo profitto, continuando ad impegnarsi, come sempre, per giustificare il grande sforzo, anche economico, che i suoi genitori fanno per mantenerlo.

La crescente ansia del padre, che ha un'immotivata paura di perdere il figlio - magari proprio in guerra, in Corea, dove due cugini di Marcus aveva già rimesso l'anima a Dio; oppure a causa di 'cattive compagnie', di guai non ben precisati in cui si sarebbe potuto cacciare (in fondo, è un adolescente sottoposto a tante tentazioni) - rende la vita di Marcus insopportabile. Dopo l'ennesimo confronto con il padre, il ragazzo lascia il Robert Treat e si iscrive a Winesburg, nell'Ohio, a ottocento chilometri da casa.

La serie di eventi, del tutto fortuiti, che seguono a questa decisione, porterà la vita di Marcus su crinali del tutto inattesi. Il libro si chiude a pagina 136 con uno straordinario, asciutto, inerosabile epilogo: "Sì, il buon vecchio e spavaldo "Vaffanculo" americano, e questo è quanto per il figlio del macellaio, morto tre mesi prima del suo ventesimo compleanno: Marcus Messner, 1932-1952, l'unico dei suoi compagni di corso tanto sfortunato da restare ucciso nella Guerra di Corea, terminata con la firma di un armistizio il 27 luglio 1953, undici mesi prima di quando Marcus, se fosse stato in grado di mandar giù le funzioni in cappella e di tenere la bocca chiusa, si sarebbe laureato al Winesburg College - più che probabilmente come migliore del suo corso - rimandando così il momento di imparare ciò che il suo incolto padre aveva tanto cercato di insegnargli: il terribile, incomprensibile modo in cui le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli esiti più sproporzionati".

Marcus Messner è solo l'ultimo di una galleria di personaggi che Roth ha magistralmente (un avverbio non casuale, per la voce più grande, oggi, della letteratura americana, Premio Pulitzer nel 1997 per "Pastorale americana") ritratto nel corso della sua lunga e prolifica carriera di scrittore. Ancora una volta un ebreo, ancora una volta Newark come sfondo, crogiuolo di un mondo antico, sempre più distante, ma vivido, lucido e ben presente nella mente dell'autore, che vi ha ambientato molte delle sue storie. La stessa Newark è anche il luogo dove Roth, che è ebreo, ha trascorso la sua infanzia: è facile allora pensare che, nei suoi personaggi - a partire dall'alter ego Zuckermann fino all'ultimo Marcus Messner, lo scrittore abbia riversato se stesso, la sua storia.

Nel libro "Patrimonio" (uscito nel 1991, ma tradotto in Italia solo nel 2007), Philip Roth ha narrato in prima persona le vicende che ruotano attorno alla morte del padre, scomparso nel 1988 per un male incurabile. Ne descrive il lento disfacimento fisico, che lo porta alla consumazione, alla morte. C'è da riflettere: perchè raccontare così apertamente di sè, dei propri cari? Cosa spinge uno scrittore, dopo aver passato più o meno tutta la sua vita a scrivere di sè camuffandosi dietro migliaia di personaggi, a dire 'io' in prima persona? Che differenza c'è, poi, tra Roth che parla della morte del padre, e di un 'Tizio qualunque' che racconta la morte di suo padre? Al di là dell'indiscutibibile cifra stilistica, dell'altezza della prosa di Philip Roth, della sua capacità di scrivere, del suo essere uno scrittore, ciò che mi sembra evidente è che chi scrive parte sempre da se stesso. A volte nascondendosi, a volte - soprattutto raggiunta la maturità artistica - rivelandosi e agendo in prima persona. In pratica: facendosi i fatti suoi in pubblico.

La grandezza di uno scrittore, che è anche un 'autore', credo stia però in questo: trasformare il proprio vissuto - banale o eccezionale che sia - in qualcosa di esemplare, e quindi di universale. Roth non parla di suo padre e basta: sta parlando di tutti i padri, di tutti i genitori morti di cancro. Di tutti i figli alle prese con il dolore di una doppia assenza. Di un dolore unico per ciascuno e pertanto irripetibile; ma anche comune, anche se mai banale.

Un altro scrittore 'autore', che si è recentemente confermato fra i maggiori interpreti del nostro tempo, è Jonathan Franzen che nel 2006 ha pubblicato 'Zona disagio': romanzo per racconti in cui narra parte della propria vita, a partire dalla morte - anche qui - di sua madre. Franzen narra con dovizia di particolari l'ingresso nella casa di sua madre (si era accordato con il fratello per cernitare gli effetti personali e poi procedere alla vendita dell'immobile) e di come metodicamente tolga tutte le fotografie dagli scaffali, dai mobili di casa, eliminandone solo le cornici e mettendo le immagini della sua famiglia, dei suoi parenti, vivi e morti, assieme. Una presenza - le fotografie incorniciate - che avevano 'occupato', non solo idealmente, la sua infanzia. Da quella casa si dipana il filo della vita di Jonathan, fino allo straordinario racconto finale, dal titolo "Il mio problema ornitologico", dove Franzen srotola il filo della dolorosa, lenta, inevitabile separazione dalla moglie, utilizzando una particolare chiave di lettura: tenendo in primo piano la passione per il birdwatching (di cui lo stesso autore suggerisce una lettura simbolica) e facendo invece agire sullo sfondo i movimenti che condurranno alla definitiva rottura.

Un parallelo - difficile, forse improponibile - fra due scrittori così diversi è arduo. Prendendo però in esame questo specifico tema - il mettersi in prima persona, il farsi icone universali - da un lato Roth fa valere il peso della sua età (è nato nel 1933) e della sua esperienza di vita: a 76 anni, con di fronte un tratto di strada forse breve, lo scrittore non indugia in happy endings ne' tantomeno in finali aperti alla speranza (i suoi personaggi sono tutti potenzialmente autodistruttivi).
Franzen
, invece, (classe 1959) forte dei suoi cinquant'anni e del suo essere "americano", deve credere - per forza, per necessità, naturalmente - che una speranza ci sia, che la vita abbia un senso che può andare oltre la morte. Che lo possiamo cercare qui, nelle nostre storie, nelle vicende di dolore che ci accompagneranno fino al grande salto. Cesare Pavese in una lettera a Giulio Einaudi del 14 aprile 1942 scrisse: “C’è una vita da vivere, ci sono biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere.” Ecco. E poco importa, se otto anni dopo, nell'agosto del 1950, avrebbe posto fine alla sua vita con una dose eccessiva di sonniferi.