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domenica 28 agosto 2022

La parola al mare

Girare in bicicletta per Rimini è una delle prove dell'esistenza di Dio. È un'affermazione che si può applicare anche ad altri contesti, ma non per questo meno valida (iniziare a leggere un romanzo di Franzen è una prova dell'esistenza di Dio, svegliarmi la mattina con accanto Cinzia è una prova dell'esistenza di Dio, il caffè di questa mattina al Cabanabeach28 è stato una prova dell'esistenza di Dio, etc.). E così attraverso il parco in bicicletta dopo un pomeriggio alla tastiera e raggiungo, percorrendo il nuovo lungomare di Rimini, la ruota panoramica. Parcheggio la vecchia bici che ho acquistato usata diversi anni fa - e di cui quindi ignoro la vera età - e mi incammino sulla palata. Persone che corrono, camminano, monopattini. Chi pesca, chi guarda, barche che rientrano, chi va e chi viene. Il Rockisland sullo sfondo, un locale storico ma in cerca di una nuova identità. Scelgo il molo est, per la mia oretta di meditazione. Ho portato con me un libro di Luca Serianni, 'Prima lezione di grammatica', ma sono rapito ad podcast del Daily News che mi ha suggerito di seguire un amico. Non l'ho mai ascoltato, ma curiosando tra le varie puntate ne trovo una sul recente assassinio di Darya Dugina. Mentre in lingua inglese ascolto una storia ben raccontata, mi siedo sui blocchi frangiflutti, concentrandomi sulle parole che devo ancora sforzarmi di tradurre. A volte è più naturale, non mi accordo di ascoltare parole pronunciate in un'altra lingua. Stavolta sì. 

Spengo e prendo in mano Serianni. Attorno a me, chi legge e pesca, chi chiacchiera e si tiene per mano. Qualcuno scatta foto, selfie. Una ragazza incinta. Una ragazza straniera. Sono soprattutto le donne, annoto, a fotografarsi e a farsi fotografare.

La grammatica della lingua italiana, spiegata così profondamente e precisamente dal prof. Serianni, pur con le sue zone d'ombra e di flessibilità, mi delizia e riempie di meraviglia. Una barca passa in lontananza e la sua scia genera onde che vanno a sbattere con più forza sui massi frangiflutti e per la prima volta da quando sono arrivato, da quando mi sono seduto, sento il rumore del mare. E mi accorgo che ho ancora nelle orecchie le cuffiette, che hanno attutito i rumori esterni. Quando me le tolgo, la voce del mare mi arriva forte e chiara e mi ritrovo accovacciato, con una gamba ripiegata a terra e la testa sull'altra. Ci sono i granchi, non li avevo visti, sono scuri come le rocce su cui si muovono in diagonale alla ricerca del cibo. Le onde incalzano, forti, più forti. 

E mi rendo conto soltanto ora di dove mi trovo. 

Sono esattamente nel punto - io come tutti quelli che, come me, tengono lo sguardo rivolto verso il largo, l'Adriatico, le lontane invisibili coste della Croazia davanti a noi, che non si vedono, ma ci sono - sono esattamente nel punto in cui una barca a vela, il 18 aprile 2017, si è ribaltata in mare a causa di una tempesta. Lo scafo, preda delle correnti, è stato sbattuto contro gli scogli e quattro persone sono morte. Due sono quelli che si sono salvati, erano i meno esperti. I giornali del tempo lo avevano sottolineato e mi è rimasto in mente: a morire sono stati i più esperti, i lupi di mare. Soffocando o per gli urti. La paura, il sotto che diventa il sopra, le grida. È inimmaginabile capire, sentire cosa abbiamo provato in quei momenti. Disperazione, rabbia, dolore. Il pensiero per i propri cari. Il buio. L'acqua del mare che ti si stringe intorno, che ti spinge sotto. Correnti inarrestabili e in un attimo sei contro gli scogli, il tuo corpo che non è più il tuo, perché non lo puoi controllare. Inizio a pregare, per loro, per i morti. 

E arrivo alla notte tra il 13 e 14 gennaio 2012, dieci anni fa, quando la Costa Concordia naufragò al largo del Giglio - oggi Costa Crociere si è rifatta una verginità, è diventata MSC, un acronimo irrelabile alla tragedia, buono per sfuggire agli algoritmi, agli hashtag, alla memoria del Web, non a quella di chi è ancora in grado di ricordare. Non posso scordarmi di Williams e Dayana Arlotti perché le loro tombe sono a due passi da quella di mia suocera Jolanda, che è deceduta un paio di mesi dopo di loro. La tomba di Dayana è a forma di cuore rosa e in questi dieci anni è sempre rimasta piena di giochi, bambole. Una bambina per sempre. Aveva sei anni. Anche il padre è lì, accanto alla sua bambina. Le ricostruzioni di quella notte hanno raccontato che forse - forse - qualcuno incontrò i due che andavano in quella che, con il senno di poi, si era rivelata una direzione sbagliata. Padre e figlia sarebbero stati ripescati, nel ventre della nave, dopo qualche giorno. Un'altra disgrazia, evitabile, come l'altra. Là, nel Tirreno, un 'inchino' fuorilegge, con il capitano che abbandona la nave - oggi è in carcere; qui, davanti ai miei occhi, qualche anno più tardi, la spregiudicatezza di uscire in mare con previsioni incerte.

Sono perso in questi pensieri. Le profondità del mare mi ricordano i laghi lombardi della mia infanzia: scuri, bui, immediatamente neri per l'incapacità della luce di passare oltre. I fondali limacciosi e le storie di tutte quelle persone che, precipitate nelle acque del lago, sono morte affogate, dal freddo, dall'acqua pesante, molto più pensate di quella del mare. 

I flutti del mare si fanno sentire, a pochi metri da me e la voce dei morti fluisce assieme a loro. Tutti i morti di tutti i tempi. In uno sciabordio leggero, senza dolore. Oggi l'orizzonte è piatto. I gabbiani si fanno trasportare su e giù dalle onde; riposano, in attesa forse che le barche rientrino al porto, e che i marinai gettino loro qualche pesciolino. Non ci sono che piccole increspature su cui si riflette la luce del sole che scende alle mie spalle. È un momento magico e sospeso. E mentre il tempo si ferma, penso a come sia bellissimo essere qui ad ascoltare la voce delle onde.

giovedì 1 ottobre 2015

Pictures from Santorini, Grecia, 8 anni dopo

Ho ritrovato delle pagine dove, a penna, ho appuntato nell'estate del 2007, alcune note sul soggiorno a Santorini, dove allora mi trovavo con Cinzia e Matteo, per una settimana di vacanza. Le trascrivo tali e quali.

* Le case di Santorini ricordano quelle di Mauritius, non nella forma e nemmeno nel colore, ma per la non finitezza. Se le case hanno solo il pianoterra, infatti, sul testo sono stati lasciati 'volanti' i cavi di acciaio, che tendono verso il cielo. Quando avranno i soldi, come ci diceva Pradeep a Mauritius l'anno scorso, saliremo di un altro piano. Per i nostri figli.

* I Greci hanno un aspetto fiero, anche se non consapevoli del loro grande passato. Eddy, cameriere di Amalthia a Kamari, non sapeva che Amalthia non era una donna bellissima, ma una capra, la nutrice di Zeur, che così era scampato al padre Crono che lo voleva mangiare. Il fatto è che una testa di capra, era disegnata nel logo del ristorante. Eddy da grande vuole fare il professore, studia ad Atene e d'estate viene a Santorini a fare la stagione. Insegnerà matematica? Perché vanno fieri del loro passato ma non lo conoscono?

* La punta sud dell'isola, in direzione del faro, è una grande distesa di vigne, mescolate a ruderi di abitazioni, il tutto immerso in un panorama lunare, terra bruciata. Il vino, il lavoro nei campi, con i contadini / raccoglitori dalla schiena curva, la pelle abbronzata e le ceste d'uva ai bordi delle strade.
L'uva ha la caratteristica di crescere in vigneti a contatto col terreno, per non disperdere la poca acqua ed evitare forti insolazioni che brucino la pianta. Vedere queste occupazioni manuali, antiche, contrasta con le file a Fira per il transito degli autobus che vomitano quintali di turisti da tutto il mondo, pronti a spendere, mangiare e rumoreggiare. Mi piace pensare che c'è un 'santorinese' che se ne frega dei turisti, seppur poi pensando che il vino di qualcuno verrà poi pagato e consumato. Questa zona estrema di Santorini, con un'unica strada che conduce al faro, qua e là mostra ristoranti, taverne, bar, ma è per lo più desolata e segnata dai vigneti. Il vento forte che tirava proprio oggi, quando abbiamo attraversato la zona, conferiva al tutto un che di arcaico e di 'resistente' al tempo, alla contemporaneità.

* Le cose sono spesso non finite. Oggi però ho visto un uomo sui 25/30 anni che lavorava, da solo, ad un'abitazione che nei giorni scorsi era abbandonata, o così mi sembrava. Di nuovo quell'idea di auto-costruzione della propria casa, con le proprie mani, quando si ha tempo, quando il lavoro lo permette. Piano piano, senza fretta, le case crescono e ciascuno si trova a realizzare, con le proprie mani, i desideri. Tutto questo è romantico, ma da noi è impossibile. Non per tutti, per me (forse) sì.

* Nicolas ieri sera ha detto che il suo ristorante non è per bambini, è un 'ristorante classico, greco, tradizionale e non un McDonald's my friend'. Gli avevo solo chiesto se aveva un cuscino per Matteo.





Venerdì
Agapi Karterados
Oia

Sabato
Amalthia Kamari
Taverna Karterados

Domenica
Kamari Breakfast
Panos Karteradou
Blue note Imerovigli

Lunedì
Perissa Breakfast
Panos Karteradou
Fira Select caffetteria

Martedì
Fira Corner breakfast
Skaramagka karterados
Fira Nicolas

Mercoledì
Fira Corner Breakfast
Kamari Skaramagas
Fira Nicolas

Giovedì
Karterados Kariatis
Limanaki Vourvolos
Amouda Bay Sunset

Venerdì
Reverie Monolithos





* Viaggio in Grecia. Il titolo è fuorviante, in quanto si tratta di un episodio di un libro/racconto che invece narra una storia ordinaria e straordinaria al tempo stesso. E' la fotografia di un anno / 10 mesi nella vita di R e C giovane coppia di sposi con prole, di fronte ai problemi della vita, che devono affrontare da soli. Più rigido lui, più sensibile e attenta lei, tra litigi, riappacificazioni, viaggi, mentre l'Italia non cambia e tutto sembra precipitare, grazie alla ricerca spirituale di lei, qualcosa inizia a modificarsi. Sarà il modo nuovo di guardare le cose, mentre da una dimensione di chiusura e solitudine, la vita si apre, meravigliosa, all'incontro con l'altro. Dolorose consapevolezze, profonda unione finalmente spirituale. Due persone che si vedono per la prima volta, capaci di andare avanti con decisione e affrontare tutti i problemi di oggi: precariato, solitudine, costo della vita, spese impreviste. With God on our side.

  • Elezioni 2006
  • trasloco
  • crisi
  • Catania
  • un lavoro sbagliato
  • gli amici
  • Puglia
  • lavoro
  • Placebo
  • litigi
  • tensioni lavoro
  • Merano
  • serata finale
  • un mal di gola
  • un lavoro impossibile
  • tasse
  • finanziamento
  • genitori-figli
  • Grecia
  • scalattina
  • un medico giusto, uno no
  • amicizia
  • spirito in crisi, corpo in crisi
  • Pilgrim
  • mauritius-trasloco-casa posseduta
  • antiche tecniche di pittura dic 2006-estate 2006
  • Anto e Daniela
  • Catania Cdo novembre crisi personale molto forte no pilgrim no lavoro insieme
  • Elena
  • Celli
  • Fondazione 2007
  • Kaiser 2/2007
  • Svenimento 4/2007
  • Paola F. 2/2007
  • Alessandro M.
  • Lavoro
  • malattia
  • crisi spirituale
  • Grecia
* Pilgrim, un percorso della 
* I passi che servono per cambiare
* Parole come passi che guidano la strada verso 
* per la stessa ragione del viaggio, viaggiare





mercoledì 3 aprile 2013

Rimini come Ottavia, città invisibile. Intervista a Guido Caselli, Dirigente Ufficio Studi Unioncamere Emilia-Romagna

Il 25 marzo 2013 in occasione della presentazione del XIX Rapporto sull'economia della provincia di Rimini, Guido Caselli, Dirigente Ufficio Studi Unioncamere Emilia-Romagna, in apertura e chiusura del suo intervento, ha citato Italo Calvino, con un brano tratto da 'Le città invisibili'. In esso si parlava di Ottavia, una città sospesa, che viveva nella precarietà, con la consapevolezza che prima o poi la rete che sorreggeva la città stessa si sarebbe potuta spezzare, perché: "Più di tanto la rete non regge". 

Guido Caselli
Dott. Caselli, nel commentare questo brano ha affermato che l'economia di Rimini vive in questa situazione, ma che si tratta di una fortuna, di una cosa positiva. In che senso?
Ottavia è forse una delle città più visionarie immaginate da Calvino nelle sue città invisibili. Una città che si regge sulla rete di una ragnatela sospesa nel vuoto, allegoria della fragilità e dell’equilibrio precario che accomuna i suoi abitanti. Ottavia è anche la rappresentazione plastica del nostro modello di sviluppo, una fitta rete di relazioni tra imprese, persone e istituzioni, una ragnatela che negli anni passati è stato il vero valore aggiunto del nostro territorio, una ragnatela che oggi mostra tutta la sua fragilità, come certificano i numeri sociali ed economici.
Tuttavia, come racconta Calvino, la consapevolezza di vivere nella precarietà e su una rete che più di tanto non può reggere, è anche la forza degli abitanti di Ottavia. Sanno che necessariamente la vita deve svilupparsi in armonia con l’ambiente e con la struttura perché è necessario rispettare il bilanciamento dei carichi. Ottavia è una città dove non esiste abusivismo edilizio, perché farebbero crollare l’intera struttura. Dove non è possibile che alcune zone si sviluppino più di altre, altrimenti ancora una volta si sbilancerebbe e crollerebbe tutto.

Lei ha detto che “manca un senso di responsabilità e di rispetto nei confronti del prossimo”: questa Sua affermazione da dove nasce, e che ripercussioni ha sull'economia del territorio?
A Ottavia ogni intersezione, ogni nodo della rete quando vibra fa vibrare anche gli altri, rendendo i cittadini fortemente connessi tra loro. Ognuno percepisce fisicamente la propria dipendenza dagli altri e questo crea responsabilità e determina un patto di aiuto e di sostegno reciproco. La democrazia è l’unica forma di sopravvivenza possibile, perché anche l’ultimo dei cittadini ha il potere di far crollare tutto. Credo che Ottavia non sia così lontana da noi. Anche noi iniziamo a percepire fisicamente, sulla nostra pelle, la precarietà e la fragilità. E, probabilmente, quando arriveremo alla consapevolezza che la caduta di pochi determinerà la caduta di tutti, solo allora, si potrà dare vita a un modello di sviluppo che a partire dal senso di responsabilità e di rispetto per gli altri ci dia un equilibrio, magari precario, ma al tempo stesso armonioso e proficuo. Un modello che sappia tenere insieme la visione, il dove vogliamo andare, con le competenze, quello che sappiamo o possiamo fare. Un modello che ci restituisca un senso, inteso come direzione di marcia ma anche come significato dell’essere, dell’agire.

Aula Magna Campus di Rimini,
Rapporto sull'economia 2012-2013
Nel Suo intervento ha tracciato l'identikit delle imprese 'resilienti', ovvero quelle che ‘resistono e, anzi, crescono’ che sono la maggioranza sul territorio riminese (oltre il 33%): quali sono le loro caratteristiche?
Sono imprese che investono sulla loro struttura organizzativa, sulle persone, sia in termini di formazione che di benessere sul posto di lavoro. Hanno una proprietà più giovane, hanno più dipendenti di sesso femminile, hanno più laureati, hanno una visione e si muovono seguendo strategie di medio e lungo periodo. E hanno un forte legame con la comunità di appartenenza.

Ha intitolato il Suo intervento "Rimini che cresce". Qual è la Rimini che cresce?
Ciò che accomuna le imprese fuori dal tunnel, quelle che ce la stanno facendo, non è tanto legato alla dimensione o al settore di appartenenza, quanto all’estensione e la qualità della rete che hanno creato. Una ragnatela che parte dalla rete interna, dal sistema relazionale che lega coloro che operano all’interno dell’impresa; si estende al territorio di appartenenza, in un percorso di creazione di valore condiviso con la comunità; si allunga geograficamente, con ramificazioni all’estero; si allarga settorialmente, integrando manifatturiero e terziario. Una rete dove occorre avere o una posizione di controllo oppure un ruolo e delle competenze che ci rendano difficilmente sostituibili, perché il rischio di essere rimpiazzati da un giorno all’altro è reale.

Però le imprese fuori dal tunnel sono poche, circa un terzo delle società di capitale, una percentuale presumibilmente più bassa se guardiamo a tutte le imprese. Si ripropone l’interrogativo che ci ha accompagnato in tutti questi anni: come facciamo a costruire una ragnatela che unisca e sostenga tutto il territorio?
A mio avviso non mancano le idee, per esempio il piano strategico di Rimini offre una visione e indica strategie e azioni. Non mancano nemmeno le opportunità, fuori dall’Italia c’è un mondo che continua a crescere e a proporre nuovi mercati per le produzioni riminesi, così come è in espansione il turismo mondiale. Si tratta di saper intercettare la nuova domanda mondiale, individuando i segmenti sui quali puntare e decidere cosa offrire. E non mancano persone competenti e imprese capaci per agganciare queste opportunità.

Manlio Maggioli, Presidente CCIAA
Rimini e Michele Tiraboschi, Ordinario
di Diritto del lavoro Università
di Modena e Reggio Emilia
Ha citato il dato del sommerso: oltre il 24% della nostra economia (nazionale) è lavoro nero. Può spiegare quantitativamente a cosa corrisponde il 24% e cosa c'entra, per tirare le fila del discorso, la responsabilità con la 'rete' che sorregge la nostra economia?
Secondo una ricerca dell’istituto McKinsey il peso dell’economia sommersa in Italia sul PIL è del 24,4 per cento, Banca d’Italia dà una percentuale più elevata, superiore al 30 per cento. Se noi avessimo un livello di economia sommersa in linea con la media europea - quindi non un Paese particolarmente virtuoso, semplicemente un Paese come gli altri - ogni anno emergerebbero e quindi sarebbero tassabili oltre 120 miliardi di euro. Oggi, forse, saremmo qui a commentare una realtà diversa. Quello che a mio avviso manca, pertanto, è il collante, quello che tiene insieme il tutto, il senso di responsabilità, il rispetto verso gli altri, verso la collettività. A Rimini come nel resto d’Italia.


lunedì 25 giugno 2012

Lorenza Ghinelli e Marco Missiroli: a Rimini bene le vendite e i prestiti bibliotecari dei due autori finalisti dei premi Strega e Campiello 2012

In attesa che i giurati dei premi "Strega" e "Campiello" decidano i vincitori 2012, nelle cui cinquine ci sono, rispettivamente, Lorenza Ghinelli ("La colpa", Newton Compton Editore) e Marco Missiroli ("Il senso dell'elefante", Guanda), nelle librerie riminesi le vendite dei due autori nati in Romagna nel 1981 stanno procedendo bene. Infatti, in un sondaggio effettuato tra il 23 e il 24 giugno in alcune di esse (Mondadori; La Riminese; La Feltrinelli; Viale dei Ciliegi 17; Gulliver; Il libro e la vela - alias il tendone di piazzale Boscovich) "La colpa" di Lorenza Ghinelli ha realizzato 122 copie vendute (il libro è uscito sul finire del 2011), mentre "Il senso dell'elefante" di Marco Missiroli ha totalizzato 323 copie vendute (volume uscito nella primavera 2012).

Lorenza Ghinelli e Marco Missiroli
hanno dato vita lo scorso 15 giugno
durante la manifestazione Mare di Libri
all'incontro "La città invisibile",
dedicato ai luoghi riminesi,
presenti in alcuni dei loro lavori.
Fra i due giovani autori, protagonisti di un incontro nel cortile della Biblioteca Gambalunga in occasione del recente festival "Mare di Libri", è invece 'testa a testa' proprio nei prestiti della biblioteca centrale riminese. De "Il senso dell'elefante" ci sono tre copie (ne sta arrivando una quarta): una in sola consultazione interna; una disponibile dall'8 marzo  e prestata 6 volte; una disponibile dal 14 aprile e prestata anch'essa 6 volte. 
La firma degli autografi.
Delle tre copie de "La colpa" una è in sola consultazione; una disponibile al prestito dal 14 aprile e protagonista già di 5 prestiti; una presso la Sezione Ragazzi, uscita già 3 volte pur essendo disponibile solo dal 21 aprile. Questi dati sui prestiti forniti dalla Gambalunga sono particolarmente interessanti se si considera che il prestito di un libro dura 30 giorni: qui, i lettori riminesi, stanno facendo veramente a gara per portare a casa il libro.

Il dettaglio delle vendite delle sei librerie oggetto di sondaggio.
  • Libreria Riminese: "La colpa", 13 copie; "Il senso dell'elefante", 53 copie.
  • Libreria Mondadori: "La colpa", 22 copie; "Il senso dell'elefante", 169 copie.
  • Viale dei Ciliegi 17: "La colpa", 21 copie; "Il senso dell'elefante", 1 copia.
  • Il libro e la vela: "La colpa", 11 copie; "Il senso dell'elefante", 35 copie.
  • La Feltrinelli: "La colpa", 52 copie; "Il senso dell'elefante", 45 copie.
  • Libreria Gulliver: "La colpa", 3 copie; "Il senso dell'elefante", 20 copie.

mercoledì 16 maggio 2012

Le parole fra noi leggere (non è tutto oro quello che luccica)

E' il titolo di un libro di Lalla Romano. Leggere perché le parole si pronunciano con la voce, restano scritte sulla carta, ma non hanno peso, non hanno forma ne' dimensione. Ma, facile luogo comune, le parole possono essere pietre. Preziose. Le parole sono leggere, ma non è tutto oro quello che luccica.

Pubblicità regresso. "Supervalutiamo il tuo oro vecchio" (il corsivo è mio). In tempo di crisi, se i compro-oro si moltiplicano, se tutti cercano di accaparrarsi il mio bene rifugio, il mio braccialetto della prima comunione o la croce con il volto di cristo sanguinante, ci sarà pure un perché. Io il mio oro, se ce l'avessi, me lo terrei ben stretto. Vabbè, qualche anno fa l'ho portato ad uno dei pochi (allora) mercati dell'oro, ci ho preso qualche euro, e ho acquistato un piccolo, bellissimo diamante per la mia compagna. Oro per oro. Gioiello per gioiello. Via, mi perdono. Il fine è stato nobile.

A tutti quelli che si mettono in ascolto solo ora, obnubilati da cascate di parole e immagini vuote, propinateci dalla Tv dai media dai manifesti dagli slogan dico, dite: il mio oro non te lo do!

I) L'oro non è mai vecchio, non è mai logoro, non è mai fuori moda, non è mai dimenticato nel cassetto. Lo scrivono perché vogliono farci sentire proprietari di qualcosa di impolverato e stantio,  di inutile, addirittura impossibile da indossare perché ci venga normale sostituirlo con del bel denaro che poreremo in pizzeria o dall'estetista o al bar per un aperitivo. Non facciamoci fregare. Teniamoci il nostro oro. E' un bene che non invecchia mai. Al massimo, una lucidatina ogni tanto.

II) Immagine festosa di ragazze allegre che invitano a rivendere l'oro, saltando su sfondo di cielo azzurro. Ma per piacere. Non c'è gioia nei compro oro. Non ci sono sempre ragazze. E qualcuno talvolta viene anche rapinato, con tanto di botte impartite dal malvivente di turno che passa a ritirare - si fa per dire - l'oro. Troverete stanze illuminate a neon asettici, vetri antisfondamento.

III) Il compro oro "professionale". Che caspero vuol dire "professionale"? Cioè tu lo vendi meglio di un altro? Rivalutiamo il tuo oro? Supervalutiamo il tuo oro? Ma il valore del lingotto non è stabilito sui mercati internazionali? O lo decide l'impiegata / l'impiegato dietro il doppio vetro. E come fa a farlo professionalmente? Si è preso / presa una laurea in Rivendita e Supervalutazione del Tuo Oro Vecchio?

E fermiamoci, è già troppo lungo per il Web. 

Quello che ho capito di me, una sera di primavera guardando la tv, è che la parola non è solo professione, ma anche interesse vero, perché no: vocazione. Ecco perché scrivo, perché cerco di ascoltare e insegnare. Ecco perché a 17 anni correggevo gli strafalcioni nelle lettere d'amore (!) che una sgrammaticata fidanzatina mi mandava. E pazienza se se l'è presa, le sarà anche passata, dico io. Meglio senza ragazza che 'ha' senz'acca. 

Ecco perché non sopporto la volgarità e la violenza delle parole che si fingono innocenti, ma che sono pugnali in mano ai marketingari o a scaldaparole di primo pelo. Ecco perché trovo sempre troppi errori, perché riprendo ogni 'che' vedovo di congiuntivo. Ecco perché leggere e vedere mi è diventato doloroso. Ecco perché mi batterò per una grammatica pulita, per una comunicazione sincera, ecco perché non mi fido. Perché sono del mestiere e so, ahimè, fino dove si può spingere una parola. 

giovedì 25 novembre 2010

Edipo Re

Un super affollato Mulino di Amleto ha salutato sabato 13 novembre scorso la riapertura della stagione teatrale 2010-2011 con lo spettacolo “Il Caso Edipo - anamnesi di una tragedia”. In scena Edipo, re e rockstar di pinkfloydiana memoria, desideroso di salvare il popolo su cui regna da anni, i tebani, afflitti da calamità per l'ira del dio Apollo. Tiresia dà il responso: è lui, Edipo, la causa del malanimo divino. Il re respinge con violenza le accuse del cieco indovino ma a poco a poco la verità si farà largo sino al tragico epilogo.
Edipo Re è una tragedia di Sofocle, andata in scena per la prima volta presumibilmente negli anni ‘20 del quinto secolo avanti Cristo. Il tema è quello dell'ineluttabilità del destino, al quale né Edipo – parricida, né Giocasta – madre incestuosa, né Laio – assassinato dal figlio, possono sottrarsi nonostante i diversi tentativi. Fin qui la vicenda è nota.
Lo spettacolo proposto dalla Compagnia di Banyan che ha tagliato il nastro della stagione “Nube di Oort” dedicata ai 'transiti di nuovo teatro' è diretto da Gianluca Reggiani, che ha messo in scena attori non professionisti nella remise en place del 'saggio', frutto del laboratorio teatrale dello scorso anno. In scena gli attori si muovono disciplinatamente sulle traiettorie disegnate da Reggiani, interpretando il testo di Sofocle (e rispettandolo), contrappuntato per tutta la durata della tragedia dalle canzoni di “The Wall” il concept album del 1979 dei Pink Floyd: una scelta interessante, una piacevole sorpresa, con momenti di assoluta consonanza fra i testi e le musiche di Waters e Gilmour e le parole di Sofocle.
In scena, il coro, in abiti medici, 'seziona' i personaggi e quindi lo stesso Edipo che, solo sotto i riflettori della sala operatoria, di fronte alle radiografie delle sue scelte, trova infine le tracce di una verità orribile, impronunciabile, nefanda, turpe.
Partendo dal presupposto della non professionalità degli attori, lo spettacolo è ben riuscito: si perdonano, infatti, volentieri voci un po' fiacche o eccessivamente stentoree e qualche piccolo vuoto di memoria (che capita spesso anche ai 'big'). Poderosa la performance di Edipo; bravissimo anche Tiresia (che si esprime in napoletano stretto, a rendere la 'non immediata decifrabilità' con cui gli indovini enunciavano le proprie sentenze), e non è da meno il suo 'traduttore'; bene il servo, il pastore e la 'guardia del corpo' del re. Spicca la regia di Reggiani, che ha saputo plasmare una materia antica in un contesto moderno. Nel complesso dei 90 minuti di durata, lo spettacolo risulta talvolta ridondante, per un utilizzo un po’ eccessivo del parallelo Pink Floyd/Sofocle, con musica anche invasiva e sopravanzante le voci in scena. Forse, osando maggiormente, il regista, anima del Mulino di Amleto, avrebbe potuto spingersi ancora più in là sulla strada della sperimentazione, facendo di Edipo una vera rock star, e quindi cercando un'altra via per la gestione del coro. La doppia metafora – musicale e medica – appare alla fine non del tutto integrata.
È innegabile tuttavia che la musica sia stata un elemento trascinante e alla fine sia risultata vincente per la riuscita dello spettacolo, inondato dagli applausi sulle note di “Another brick in the wall – part II”. Nella sua natura, Banyan, che propone una curiosa stagione teatrale, evidenzia l'anima laboratoriale, dei tanti e affollati corsi di teatro che vi trovano luogo. Ecco forse la ragione per cui si è voluto dare inizio alla stagione con uno spettacolo che tradisce, ogni tanto, le sue radici di 'saggio': per questo poteva essere collocato in un altro momento del cartellone. Comunque sia, l'applauso finale prolungato ha sottolineato giustamente un progetto piacevole, perfettibile, che mette in luce in primis le doti di Gianluca Reggiani nell'anno che deve, per forza, essere quello della 'rinascita', come sottolineato in apertura, prima del buio in sala, dallo stesso regista. Un augurio che condividiamo e che rivolgiamo di cuore, per la salvaguardia, la crescita, la difesa di uno spazio-patrimonio culturale di tutti.

lunedì 22 novembre 2010

Alessandro Formica

Riservato, sensibile, con un forte senso di responsabilità nei confronti del proprio impegno professionale e sociale. Alessandro Formica, Presidente dei Giovani Industriali di Rimini, si racconta al pubblico. Per la prima volta.

Quando il suo nome l’estate scorsa è apparso su tutti i giornali, molti si sono chiesti chi fosse il nuovo Presidente del Gruppo Giovani di Confindustria Rimini. Alessandro Formica, 32 anni, laurea in Scienze Politiche Internazionali, impegnato in Alfad, l’azienda di famiglia, ha scelto Rimini IN Magazine per parlare del suo nuovo ruolo, della città, di sé. Ci accoglie nella sua abitazione, piena di opere d’arte, che ha personalmente ristrutturato.

Come hai vissuto questi primi mesi da Presidente dei Gruppo Giovani?
Pur avendo fatto parte del consiglio direttivo dei Giovani di Confindustria di Rimini, per me è un’esperienza nuova ed importante. La mia idea è continuare su quanto tracciato dalla presidenza precedente, integrando nuove iniziative rivolte ai più giovani e approfondendo il rapporto con le scuole: un passaggio che ritengo fondamentale.

Con che stile ti approcci a questo lavoro?
Sono convinto che un presidente non possa fare nulla senza un lavoro di squadra: è l’unico modo per poter tagliare traguardi anche importanti. Il Gruppo Giovani è una palestra di esperienza, di contatti, di relazioni: la visibilità e il ruolo di presidente ha accentuato questa caratteristica, allargandola in ambito regionale e nazionale.

Lavori in nell’azienda di famiglia con tuo padre e tuo fratello: sei un giovane imprenditore di seconda generazione. Di cosa vi occupate?
Precisiamo: sono un giovane “aspirante” imprenditore. Alfad, una delle aziende di famiglia fondata da mio padre Mario e di cui mio fratello Giampaolo è direttore commerciale, si occupa di servizi fieristici integrati ed in particolare di allestimenti, mostre d’arte, musei, di scenografie e di eventi a livello nazionale ed internazionale. Siamo partner delle più importanti fiere italiane fra cui Milano e poi Bologna e Roma per le quali abbiamo contratti di fornitura in esclusiva.

Di cosa ti occupi?
Il nostro gruppo è composto da 5 aziende: io ne dirigo una e coordino l’attività del settore mostre e musei. La mia professionalità ed il mio lavoro, ovviamente, è a disposizione di tutto il gruppo.

Com’è lavorare in famiglia?
È sicuramente più difficile dal punto di vista relazionale. Avere un’azienda “in casa” è insieme una grande opportunità e una responsabilità. Anche fuori dal lavoro vivo molto il rapporto con i miei fratelli ed i miei genitori: tanti dei valori che costituiscono la mia etica li ho imparati da loro.

Come è nato il tuo impegno in Confindustria?
Quando ho compiuto 20 anni mi sono iscritto, dietro consiglio di mio padre. Il primo impatto è stato duro, perché incontravo imprenditori di 35/40 anni, con famiglia e professionalità consolidata, mentre io ero ancora un ragazzino. Per me è stata una grande palestra di vita, sono cresciuto vedendo e ascoltando.

Come hai maturato la tua candidatura a Presidente?
Credo nell’Associazione, prima di tutto. Ecco perché dopo sei anni di direttivo ho sentito il desiderio di dare un apporto maggiore, coltivando la sana ambizione di dare il mio contributo allo sviluppo del Gruppo Giovani.

E quale “imprinting” vorresti dare all’Associazione?
Il Gruppo Giovani può ricoprire un ruolo di guida e di aiuto per chi si affaccia per la prima volta al mondo dell’imprenditoria, soprattutto per gli under 30 anni, e allo stesso tempo consolidare i rapporti e la crescita di chi è già all’interno della vita imprenditoriale ed associativa.

Il tuo campo d’azione è Rimini: che rapporto hai con questa città?
Adoro Rimini e sono fiero di essere riminese: ci tengo sempre a sottolineare il mio essere romagnolo!

Non si può comunque dire che Rimini stia attraversando un buon momento: viabilità, un’estate disastrosa per il nostro turismo, ‘campanili’ anche a livello sportivo. Buoni ultimi i problemi del Palacongressi, ancora senza una data di inaugurazione. Cosa ne pensi?
Al di là delle polemiche, le strutture fatte devono essere rese operative nell’interesse dei cittadini e delle associazioni di categoria. La mia famiglia ha creduto da subito al nuovo Palacongressi: infatti, rappresento Alfad, unico socio privato, nel CdA di Convention Bureau, società deputata alla gestione del Palacongressi. È evidente però che certe situazioni devono farci riflettere su come sono state gestite. Sono comunque ottimista e mi impegnerò per migliorare la mia città.

Quali sono i passi da compiere in questa direzione?
Occorre smettere di dire che le cose vanno male per colpa di altri: noi siamo gli altri. Dobbiamo assumerci una parte di responsabilità e recuperare un po’ di senso civico.

Da dove si deve cominciare?
Da una riflessione. Mi sembra evidente che oggi si consideri più importante “cosa” facciamo rispetto a “come” facciamo le cose. Io credo che la vera sfida sia trovare il giusto equilibrio fra questi due aspetti.

Cosa fai allora quando hai tempo per te stesso?
Cose semplici. Lavoro e impegni istituzionali mi lasciano poco tempo libero, che divido fra famiglia e sport, la mia vera passione, che mi permette sì di tenere allenato il corpo, ma soprattutto di scaricare la mente.

Qual è il luogo di Rimini che ami di più?
Il mare: è la prima cosa che voglio vedere quando sono di ritorno da un viaggio.


*Uscito sul numero di Novembre/Dicembre 2010 di Rimini IN Magazine
**Fotografie di Riccardo Gallini

giovedì 30 settembre 2010

Francesco Cesarini

L’appuntamento per questa intervista* è stato fissato negli studi di viale Sassonia 22 a Rimini, dove dal primo settembre 2010 ha iniziato a trasmettere Tele1, il polo televisivo di proprietà di Germano Zama che sul territorio è diretto da Francesco Cesarini, riccionese classe 1971, che ci accoglie nel suo ufficio.

Il tuo ingresso ufficiale in televisione è stato da giovanissimo, a Telesanmarino, l’emittente fondata da tuo padre Marzio nel 1989: uno straordinario professionista alla cui scuola hai potuto imparare il mestiere che fai anche oggi. Come hai mosso i primi passi?
Sono praticamente cresciuto nella televisione: nel 1978 mio padre era infatti diventato direttore di Tele Gabbiano; inoltre, era inviato del Corriere Sport Stadio sul territorio: me lo ricordo ancora dettare i pezzi a braccio al telefono subito dopo una partita di calcio. Era incredibile, non sbagliava una parola e mi chiedevo: “Ma come fa? Come fa?”

Uno dei primi campi in cui ti sei cimentato è stato, per l’appunto, quello da calcio…
Il sogno di tutti i bambini. Ho giocato da attaccante militando in varie squadre sino alla serie C in tutta Italia. Prendevo lo sport con grande serietà, ma mi divertivo moltissimo e il calcio mi ha insegnato tanto e regalato belle amicizie.

Nel frattempo hai trovato il tempo per portare avanti gli studi universitari per affacciarti al mondo del giornalismo.
Mi sarebbe piaciuta una carriera universitaria, ma l’attrazione per i media è stata più forte: fin da piccolo ero spesso a rimorchio di Marzio, con cui scrissi a quattro mani i primi articoli, per poi  entrare a Telesanmarino.


Come sono stati gli inizi?Duri. Il mio primo pezzo è andato in onda dopo ben tre mesi, ed ero il figlio del padrone!

Ti ricordi il tuo primo servizio da giornalista?Era dedicato al pre-partita di una sfida di calcio ai mondiali, giocava la Nigeria. Dovevo intervistare alcuni ambulanti extracomunitari, la maggior parte dei quali scappava non appena vedeva la telecamera.

Ti sei mai ‘bloccato’?Al MistFest di Cattolica nel 1994 intervistai Monica Bellucci nell'ambito di una rassegna sui gialli e i misteri.  Le dissi: “Monica Bellucci: un mostro di bellezza a Cattolica”. Non ricordo la risposta. Mi paralizzai: una donna così bella da vicino non l’avevo mai vista.

Qual è una delle tue maggiori soddisfazioni professionali?L'aver accreditato La8 sul territorio in questi anni.

Un episodio che ricordi particolarmente?
Nel 2002 alla Fiera di Rimini c’erano 25 Tv attorno a Michail Gorbacev, intevenuto a “Ricicla”. Io facevo da cameraman, con un’attrezzatura molto datata, a mio padre, che si muoveva fra quella folla di giornalisti con il suo bastone. Al “question time”, tutti alzarono la mano, lui il bastone. E Gorbacev lo indicò. “Marzio Cesarini di Gabbiano Tv” disse, e il presidente si fece spiegare chi eravamo. Tutte le Tv presenti chiesero poi di riascoltare la cassetta.

A 33 anni, per la prematura scomparsa di tuo padre avvenuta nel 2004, sei diventato direttore di La8: come vivi questo lavoro?
In maniera totalizzante. Nei primi periodi stavo in redazione anche 13 ore: era sbagliato, ma forse era un modo per stare vicino a chi non c'era più. Ho avuto la fortuna di impararlo anche da tecnico e ne conosco ogni sfaccettatura. Per questo con i collaboratori sono molto esigente ma lo sono prima di tutto con me stesso. Il segreto è  valorizzare le capacità di chi ti lavora vicino e delegare.

Adesso?
Sono diventato babbo e questo ti fa crescere. Impari a dare il giusto valore al lavoro: capisci che se ti concedi solo ad esso, paradossalmente non rendi. E poi da quadrato diventi tondo: più disponibile e flessibile; in fondo nel mestiere di giornalista la più grande qualità e saper ascoltare. 

Con te in azienda c’è anche la tua compagna Daniela. Com’è lavorare assieme?

Stimolante. Stiamo insieme da quando abbiamo 17 anni: è il mio nemico più intimo – scherza. Con lei è un continuo tentativo di crescere e di imparare l’uno dall’altro, insieme. Senza il suo apporto non avrei potuto fare niente di quello che ho fatto.

Come si svolge una tua giornata di lavoro?
Porto mio figlio all'asilo, leggo i giornali, arrivo in uffico verso le 9.30 controllo la posta elettronica, rileggo i quotidiani per capire se abbiamo preso dei ‘buchi’. Poi coordino i giornalisti che escono per i servizi. Ho la fortuna di lavorare con Simona Cesarini, professionista di grande valore, e Sergio Cingolani duttile ed infaticabile, più tutti i tecnici che mi aiutano nelle altre produzioni. C'è poi l'aspetto commerciale: importantissimo perchè ti da la grande libertà, se ci pensi, di dover “rendere conto”solo alla gente e al pubblico che ti segue.

Da settembre 2010 sei su Tele1 (www.tele1.tv): come si è concretizzato questo progetto e quali saranno i primi passi?
Germano Zama, imprenditore nel settore moda ed editore telvisivo, punta alla qualità del prodotto con un progetto che mi ha conquistato. Ne parlavamo già da un paio di anni e alla vigilia del digitale terrestre ho deciso di lasciare La8, bellissima esperienza, per accettare un nuova sfida: diventare la Tv, di fatto e non di nome, della Romagna.

Qualche anticipazione sul palinsesto?

Innanzitutto un Tg ancora più ricco grazie al supporto dei colleghi di Faenza guidati da Maurizio Marchesi. Riprenderemoil “Venga a prendere un caffè da noi”, “La campanella”con le scuole protagoniste. Poi tanto sport: dalla serie A con il Cesena al calcio Dilettanti fino al basket con l'esclusiva dei Crabs Rimini e Aget Imola più tante altre sorprese.

Dove ti vedi fra 20 anni?
Io in questo momento sono una persona felice, con la consapevolezza che quando si è felici non si è lucidi, perché non è uno stato che dura per sempre. Ma almeno ne sono consapevole. Ecco: tra 20 anni spero di essere almeno vicino allo stato in cui mi trovo in questo momento.

*Intervista pubblicata sul numero di settembre-ottobre di Rimini IN Magazine
**Immagini di Riccardo Gallini

venerdì 24 settembre 2010

Silvano Cardellini, un ricordo personale

Ho conosciuto Silvano Cardellini nel 2004, quando partecipava alle conferenze stampa che organizzavo. Arrivava con passo lento, il berretto calato in testa, gli occhiali a metà del naso. I suoi colleghi, se non lo vedevano, mi chiedevano "Silvano viene?" perchè se c'era lui, allora c'era la notizia. Altrimenti, no. Dopo la conferenza, si fermava a confabulare con gli altri giornalisti, che fra l'ironico e il deferente gli chiedevano il taglio che avrebbe dato all'articolo: anche qui, faceva scuola. Aveva un carattere molto difficile: quando componevi il suo numero di telefono sapevi che avrebbe risposto al massimo con un 'Sì?' e che ti giocavi tutto in pochi secondi. Mi sembrava un po' burbero - forse lo era davvero - e all'inizio avevo soggezione di lui. Talvolta mi sgridava - "Non puoi telefonarmi ogni volta per chiedermi se ho ricevuto il comunicato stampa!" - ma gli passava subito e poi, più disponibile, mi ascoltava. Così c'era voluto poco perchè mi affezionassi a lui e lo elevassi al ruolo - senza che l'abbia mai saputo - di maestro.

Un giorno mi hanno detto che era stato male e mi avevano spiegato anche il perchè: mi addolorai molto, così come fui contentissimo, dopo un periodo piuttosto lungo, di rivederlo avanzare fra le poltroncine dell'ennesima conferenza, salutarmi e prendere posto. Ricordo che una mattina che il Sole 24 Ore Centro Nord pubblicò in anteprima una notizia che avremmo dato quello stesso giorno in conferenza stampa, quando lo chiamai per sapere se sarebbe venuto, mi disse con tono di rimprovero: "La notizia è bruciata, non si fa così! Cosa vengo a fare?". Poi arrivò, mi prese da parte e mi disse, con mia grande sorpresa: "Sono venuto solo per rispetto nei tuoi confronti".

Negli ultimi tempi, quando faceva molta fatica a muoversi e sentiva anche dolore - anche se non lo dava a vedere - lo accompagnai ad una conferenza stampa in macchina: parlammo del più e del meno, ma non della sua malattia, della quale forse non c'era niente da dire, perchè era lì, la potevi vedere, la potevi sentire. A chi non sapeva chi fosse, lo presentavo come "Silvano Cardellini, il grande giornalista del Resto del Carlino", e si stupivano di vederlo piccolo, infagottato, quasi camuffato fra berretto, occhiali e sciarpa. Una sera ero passato a trovarlo in redazione: nonostante il Carlino avesse già chiuso l'edizione di Rimini, sembrava avesse ancora molto lavoro da fare. Si fermò a chiacchierare volentieri un po' con me, poi ricevette una telefonata. Era sua moglie che lo aspettava di sotto: d'un tratto - questa è l'impressione che ne trassi - sembrò scrollarsi di dosso la sua maschera da giornalista, il suo aplomb. Si tirò su tutto sorridente, con gli occhi brillanti. Piantò lì ogni cosa, così com'era, prese il soprabito e scese di gran carriera le scale. Gli tenni dietro, mi salutò appena, volò oltre piazza Cavour e lo persi di vista.

Il giorno del suo funerale in Duomo, quando portarono fuori la bara, uno dei portantini mi chiese se volevo sostenerla. Dissi di no, faticosamente, ma mi pentii subito. No, perchè chi ero io per meritarmi questo onore? Mi dispiacque invece moltissimo, perchè mi era sembrato di avergli negato un ultimo favore. E glielo dovevo, eccome! Ancora ci penso, e vorrei averlo fatto: se potessi gli darei volentieri un colpo di telefono, per spiegargli tutto. Ma che prefisso bisogna fare per chiamare in Paradiso?

lunedì 27 aprile 2009

Dany Greggio, il Gentleman della musica

Sul cappello texano è appuntata una stella rossa con l’effigie di un irriconoscibile Lenin bambino: Dany Greggio, cantautore e attore nato in Sudafrica da genitori italiani, da anni trapiantato in Romagna, porta in testa con personale eleganza il sogno americano in declino e le false promesse di un comunismo ancora in fasce. Ritratto intervista di Dany Greggio, in occasione della pubblicazione del primo disco.

Incontrare un artista come Dany Greggio significa, fra le altre cose, avere a che fare con un talento riconosciuto della new wave cantautorale italiana ma anche con l’attore ‘feticcio’ di Motus, il gruppo teatrale italiano per il quale Greggio lavora dal 1999, quando fu notato da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, i ‘dioscuri’ di Motus, mentre apriva il concerto dei La Crus al Teatro Novelli di Rimini. Era il 28 dicembre 1998. Esattamente dieci anni dopo, nello stesso teatro, in una serata introdotta dalle performance di amici musicisti come Giuseppe Righini e Daniele Maggioli, Dany Greggio ha presentato, assieme ai suoi “Gentlemen”, il recente debutto discografico, l’omonimo album con 14 tracce inedite e due monologhi. Un lavoro dove si respira la complessità ma anche la sincerità di Greggio, capace di esprimersi su registri differenti: ballad romantiche, sonorità jazz, testi di denuncia cantati con grazia ed ironia. Soprattutto autentico teatro/canzone/performance, sulla scia di Giorgio Gaber e Tom Waits.

Tanti anni di ricerca e sperimentazione musicale: dagli esordi punk al cantautorato, con il disco pubblicato da Interno 4 Records e NdA Press, l’album “Dany Greggio & The Gentlemen”. Come stanno andando le vendite?
Molto bene. Abbiamo distribuito tutto il materiale stampato, ma per avere dati concreti dovremo attendere un po’. Il disco è in vendita nelle librerie: Feltrinelli, Interno 4 e su vari siti on-line. Ispira fiducia e curiosità il packaging prezioso, curato nei minimi particolari.

Il disco si presenta con una copertina ed un libretto d’autore realizzati da Gianluigi Toccafondo. Come è nata la vostra collaborazione?
Per il disco desideravo realizzare un lavoro fotografico con Federica Giorgetti (la sua compagna, ndr.) ma siamo rimasti in dolce attesa e abbiamo dovuto cambiare programma. Forse doveva andare proprio così, ed una notte ho sognato Gianluigi Toccafondo ed ho capito che dovevo chiamarlo.Gianluigi è un caro amico,quindi gli ho telefonato e gli ho detto che stavo facendo un disco, se voleva aiutarmi. Lui aveva appena terminato di fare l’aiuto regista per Gomorra e aveva una gran voglia di disegnare: gli ho mandato del materiale e dopo tre settimane mi ha mostrato le tavole. La sua collaborazione è stata un vero atto d’amore ed ha aggiunto valore all’intero progetto.

Cosa rappresenta questo lavoro per te?
Il disco è lo specchio delle esperienze che ho vissuto sino ad adesso. Forse non è propriamente semplice, denota una complessità intrinseca che è frutto delle esperienze e degli incontri di anni, ma è assolutamente sincero e fuori dalle furberie di mercato. Non mi sembrava il caso di aggiungere un ulteriore disco inutile e cretino al panorama del prodotto musicale italiano.

E come lo valuti in tre aggettivi?
Letterario, visionario, teatrale. Tutte le musiche e i testi sono miei, tranne la Vita agra, che ho tratto dal libro omonimo di Luciano Bianciardi e “Sei arrivata” il cui testo è stato scritto a 4 mani con Cristiano De Andrè. Ai testi tengo particolarmente e voglio che siano comunicativi e non banali, ma c’è anche molta ironia, che ritengo sia fondamentale per comunicare.

Chi sono i “Gentlemen” e da dove è uscito questo nome?
I Gentlemen sono nati tre anni fa, dopo una lunga messa a punto del progetto musicale. Il nome è ironico: pensare ad un gentleman fa venire in mente un signore inglese tutto impettito e ciò contrasta decisamente con il nostro modo di fare musica. D’altro canto, dire “gentle” è come riconoscere uno stile, un’eleganza interiore che ci rappresenta,lo sento più vicino ad “Emo”,come si definiscono alcuni ragazzi di questo tempo. Chiusi rispetto alla bruttura dei modelli e status imperanti, per difendere una gentilezza e purezza di sentimenti che scardina invece i luoghi comuni e le paure del diverso in generale.
I Gentlemen sono, Andrea “Atto” Alessi, al contrabbasso, che con me è la colonna portante del progetto. È grazie a lui che sono stati coinvolti Simone Zanchini, tastiere, e Vincenzo Vasi, theremin e vibrafono. Con loro ho capito che il progetto era a fuoco.

I tuoi concerti sono performance teatrali, reciti monologhi, cambi voce, idioma: quanto della tua esperienza sul palco con i Motus conta in tutto ciò?
Nelle mie performance vocali mi aiuta molto il teatro. Lo studio della voce inizia dal brano e dal personaggio di cui voglio raccontare. I caratteri che interpreto sono presi in parte dalla realtà, altri nascono da improvvisazioni con amici attori. Inoltre, per esprimere in maniera diversa, o dare un’ambientazione particolare, ad una canzone già scritta, ho trovato che calzasse un determinato personaggio piuttosto che un altro. Dai Motus la cosa più importante che ho imparato, e che forse non sempre riesco ad applicare, è che c’è sempre una misura, un punto di equilibrio variabile che mantenga forte ed incisivo un atto performativo, un equilibrio da ricercare continuamente.

Hai detto che tra recitare e cantare ami di più cantare. Per quale ragione?
Non riesco a spiegare a parole ciò che sento. Non è che amo di più cantare, è che cantare e suonare mi coinvolge e mi agita molto di più..sia in positivo che in negativo. È per questo che scrivo canzoni: il linguaggio poetico è più vicino alla mia anima, perché lavora su una sfumatura che ti resta dentro e che puoi raccontare senza dover dare spiegazioni precise. Come accade in una foto. È qualcosa di più immediato. Sai da dove arriva, ma resta aperto a tanto altro.

Hai girato davvero tanta parte del mondo, adesso sei in Romagna. Cosa ne pensi di questa terra?
C’è tanta apertura mentale, almeno formalmente e penso che la Romagna sia un buon punto di osservazione: poi però devi anche partire. Bisogna uscire, confrontarsi con gente che non ti conosce e che non puoi sapere come è disposta nei tuoi confronti.

Ci vuole coraggio a fare il mestiere di artista?
Ci vuole più coraggio ad essere se stessi, forse. Penso che per fare questo mestiere ci voglia soprattutto tanta passione e perseveranza. La passione ti ripaga moralmente e artisticamente. A livello economico il ritorno è difficilissimo, ma poco importa, se ti riconosci in quello che fai. È questa la qualità della vita.

BIOPIC
Dany Greggio nasce a Johannesburg alcuni anni fa. Il lavoro del padre lo porta a girare a lungo per l’Africa: Sudafrica, Libia, Marocco, Egitto. Rientrato in Italia si iscrive ad Architettura a Venezia, città dove studia, lavora e suona. In quegli anni gestisce il Paradiso Perduto, già importante luogo di ritrovo per gli amanti della musica, del vino e del cibo. Scrive diverse canzoni: “Natale a Milano” viene inserita in un album di La Crus mentre “Sei arrivata” viene incisa anche da Cristiano de André. Proprio i La Crus portano in tour Dany Greggio che nel 1998 apre i loro concerti. Il 28 dicembre 1998 l’incontro con i Motus. Il resto è storia.