martedì 25 agosto 2009

Marrakech #1

Più che una vacanza, un'esperienza di vita. Un viaggio, vissuto finalmente da viaggiatori e non da turisti. Tutto ciò che è Europa non esiste a Marrakech, siamo in un altro mondo. Si parla arabo e francese. Noi solo italiano e inglese. Al limite della incomunicabilità. La nostra cultura, la nostra educazione, la nostra testa: niente di questo era necessario, a Marrakech. Per sopravvivere, orientarci, capire, entrare dentro questo popolo, abbiamo dovuto usare il cuore, l'emozione, l'irrazionale, l'improvvisazione, l'astuzia, modi nuovi di essere. Abbiamo dovuto sollecitare 'muscoli' che non eravamo più abituati ad usare. Ma che piano piano si sono risvegliati.

Siamo arrivati che picchiava il sole, a 50 gradi, e faceva caldo anche per loro. Con un taxi-van siamo arrivati sino alle mura esterne della Medina, il centro storico di Marrakech. Lì un uomo ha caricato le valigie su un carretto e ci ha scortati sino al riad dove avremmo soggiornato, il Dar Attajmil, che nella loro lingua significa: "qualcosa di meraviglioso". Le mura delle abitazioni della Medina sono tutte rosate, uguali, irregolari. Le strade sinuose, storte, sghembe, polverose. E' stato facile accorgersi della povertà, della sporcizia. E' stato bello poter incontrare la bellezza.

Come nella Medersa Ben Youssef (foto qui accanto), un'antica scuola coranica, dove i ricchi avevano le stanze con la vista sul patio. I meno abbienti, invece, se ne stavano in stanze con un buco per la luce e per l'aria. Una persona, un arabo un po' malmesso in uno stentato inglese, ci ha chiesto se volevamo ci facesse da guida, e ci ha detto che lui trent'anni prima, aveva studiato lì. "No, merci". No, grazie. Abbiamo fatto da soli. Perchè a Marrakech tutti ti offrono qualcosa, e la tua gentilezza, il tuo 'urbanesimo' europeo, capisci presto che è fuori luogo, altrimenti dopo una sola giornata potresti ritrovarti senza un Dirham in tasca. Tutti ti chiedono se hai bisogno di qualcosa, tutti vogliono venderti qualcosa, tutti ti vogliono portare da qualche parte. E tu, gentilmente, ascolti tutti, per non offendere nessuno. Ma dopo poche ore hai già capito, che qui, non devi ascoltare nessuno. Guardare avanti senza incrociare lo sguardo di nessuno, perchè la domanda, la richiesta, l'offerta è sempre in agguato. Sei europeo, ce l'hai scritto in faccia e nei vestiti. Poi, dopo qualche giorno, il caldo ed il sole, ti hanno trasformato la pelle in un abitante del nord Africa. Ma non basta per mimetizzarti.

Raccontare Marrakech dopo averla vista e vissuta, anche solo per pochi giorni, è impossibile. Restano tante suggestioni, tante immagini. Se devo sceglierne due per rappresentare le contraddizioni di un mondo che divide nettamente ciò che è fuori (strade, piazze, lavoro, mercati) da ciò che è dentro (riad, hammam, burqua - per altro molto pochi), non ho dubbi. La prima è l'istantanea di un bimbo di due/tre anni che, vestito solo del suo pannolone, se ne stava lungo una strada polverosa con in mano un pezzo di vetro molto grande, raccolto da una specie di bidone dell'immondizia. Noi stavamo seguendo una 'guida' che non sapevamo dove ci stesse portando. All'improvviso è apparso il bambino e poco dopo il vetro gli è caduto di mano, terminando la sua corsa a pochi centimetri dai suoi piedi. La nostra guida gli ha detto qualcosa, ma non ha raccolto il vetro. Poi una donna si è affacciata da dietro una grata di una finestra posta molto in alto. Il bambino era sporco, era solo, aveva in mano un vetro rotto. E ho capito che in Africa, gli angeli custodi devono lavorare molto di più che da noi, in Europa.

L'altra immagine è abbinata al canto del muezzin. Verso la metà del pomeriggio ci siamo trovati nel Palazzo di Bahia (a destra, foto di interno), antica dimora dei principi e dei re del Marocco. La bellezza del palazzo è straordinaria e nonostante il tentativo di curare questo stroardinario sito storico-artistico, non sfuggono i mosaici divorati dal tempo e dai turisti che se li portano via come souvenir. Alcune zone del palazzo sono transennate - si fa per dire - e non accessibili. Il legno intarsiato è in alcuni punti talmente consunto da sembrare lì da millenni. Poi, nel caldo atroce di quel pomeriggio, con il sole a picco sulla testa, mentre attraverso un patio enorme e deserto, con una fontana senz'acqua in mezzo, inizia il canto del muezzin. E ho intuito cosa è Islam. La sua potenza. Una forza, quel canto, che mi ha fatto rabbrividire. Il mormorio del muezzin, cinque volte al giorno, ricorda a tutto il mondo arabo, che "Allah è grande, Allah è grande". Mi manca, quel canto, qui, in Italia. Dove le campane delle chiese al massimo suonano per dirci che ore sono. O dove le bandiere - che in Marocco, ma anche in Danimarca, negli Usa, persino in Grecia - sventolano solo negli stadi.

Ci sono ancora tante suggestioni, di cui vorrò scrivere: i suq, la gente, il cibo, le scoperte e gli smarrimenti, la contrattazione, la gentilezza di alcuni arabi, il bagno turco, l'hammam, la pace, i colori, il deserto. Ma il sapore più pregnante che mi sono portato a casa è stato quello del tè alla menta. In pratica, come le chewing-gum Brooklyn alla clorofilla. Servito bollente, con le foglioline di menta in infusione, questa bevanda ha accompagnato tutta la nostra vacanza. E' stato il primo e l'ultimo gesto del nostro viaggio. All'inizio è stato il ragazzo del riad Dar Attajmil ad offrircelo. Stanchi del viaggio, impolverati, accaldati, affamati, sudati, ci ha fatto accomodare in una stanza che dava sul patio. Abbiamo atteso trenta minuti. Poi è arrivato il tè. E la nostra 'fretta' europea era già scomparsa. Il ritmo, rallentato. Abbiamo iniziato a sfogliare cataloghi, libri, a sentire che c'era una musica che proveniva da una radio. Poi abbiamo notato gli arazzi, i tappeti, il tavolino, ammirato i cuscini. Visto il gigantesco banano che si trova proprio nel centro del patio. E sopra il banano il cielo. Il nostro tè alla menta, il primo, è stato meraviglioso. La sera, era l'ultima sera, ce lo siamo fatti portare e l'abbiamo bevuto piano. Anche a casa ce lo stiamo facendo, ogni tanto. Ma, come si dice, ed è proprio così: non è la stessa cosa. Ah, Marrakech!

lunedì 13 luglio 2009

Virginio Cupioli e l'albero della memoria

Rivive la Rimini degli anni ’30 grazie al volume L’albero della scala, recentemente dato alle stampe da Virginio Cupioli, riminese nato nel 1926: una vita da ferroviere in giro per l’Italia; una passione per le lettere, la fotografia, la cultura portata avanti da autodidatta e con caparbietà. E una memoria prodigiosa, che lo ha reso testimone unico di una Rimini scomparsa e della sua ‘povera’ gente, che si ritrova integra, vera, nelle pagine del suo libro.

Via Fogazzaro, Rimini, anni ’30: la ‘via degli ortolani’, per i bambini nati su quella strada, rappresenta tutto il mondo. Un mondo di giochi fra amici, di avventure e di imprese: un universo di volti e di storie che si fissano per sempre nella memoria del piccolo Virginio che, sino al 1938, vivrà in quei campi un’infanzia spensierata, magica, serena. Che oggi torna lucidamente nelle pagine del libro che, ottant’anni dopo, ha scritto e stampato in proprio, come regalo ai nipoti, alle generazioni future, in ricordo di un’epoca che non c’è più.
La sua famiglia era composta dal babbo, garzone per contadini prima e muratore poi; dalla mamma casalinga; dai quattro fratelli: Virginio ha un’intelligenza vivace e acuta che gli consente di seguire gli studi sino alla terza avviamento industriale; quindi, grazie ad un corso di telegrafista, il primo marzo del 1943 entra come telegrafista nelle Ferrovie dello Stato. Da qui parte la sua carriera nelle ferrovie come Capo Stazione Superiore Dirigente di Circolazione. Un lavoro che lo porterà in Sicilia, Calabria, Alto Adige, Toscana, e in quasi tutte le stazioni dell’Emilia e la Romagna.

Virginio Cupioli: come è arrivato alla scrittura alla soglia degli ottant’anni?
Veramente mi sono messo a scrivere perché mi è sempre piaciuto esprimermi, specialmente attraverso la scrittura. Anche quando lavoravo nelle ferrovie, i colleghi venivano da me quando c’era da comporre una lettera, perché io lo sapevo fare bene, secondo loro.

Un talento naturale, allora.
Fin da ragazzo mi piaceva conoscere. In casa parlavano solo in dialetto: quando ho iniziato ad andare a scuola facevo perciò fatica a capire le parole. A mio padre chiesi un vocabolario, ma non aveva i soldi per comprarmelo. In italiano però avevo sempre la sufficienza, anche se non lo parlavo bene. Non appena entrato in ferrovia, ho fatto dei corsi per corrispondenza in italiano e cultura. Poi, ovunque fossi in Italia, mi fermavo a vedere i monumenti, i musei, le biblioteche del luogo, perché mi piaceva. Sono sicuro che se fossi nato in un ambiente culturalmente ed economicamente diverso, avrei seguito scuole regolari.

Perché ha sentito l’esigenza di scrivere un libro?
Non ho realizzato il libro per essere uno scrittore, ma è stato un pensiero che ho avuto. Io sono sempre stato un osservatore, ascoltavo davvero la persona che avevo di fronte, cercavo di capire cosa mi stesse dicendo. Ho deciso invece di trasformare i miei ricordi di quegli anni in un libro perché avevo in testa tutto il mondo di allora, che oggi è scomparso. Ho pensato di scrivere per i miei nipoti un libro, perché lo potessero leggere e potessero apprendere cosa fosse la vita in quel periodo.

Da dove ha inizio il suo libro?
Nel libro racconto le storie nate attorno alla via Fogazzaro. Fino al 1938 abbiamo vissuto lì in quella che era nota come la “via degli ortolani”. Era tutto campo. In quei dodici anni ho vissuto un periodo meraviglioso. Poi nel 1938 mi sono trasferito in città, perché mio padre aveva aperto la trattoria “I topi grigi” in via Bufalini. Nel tempo, ho capito che mi ero sentito strappato da quel luogo magico. Nella nuova casa, ho iniziato a conoscere la città, ad osservarla con curiosità, a partire dai tipi umani che frequentavano la trattoria. Non tanto i borghesi: ma i derelitti, i senza casa che andavano a dormire nel dormitorio.

Qual è il cuore de L’Albero della Scala?
Nel libro c’è la lotta per la vita, per la sopravvivenza. E ho voluto raccontare la vita come un acquerello, com’era allora: non solo la mia, la nostra, della mia famiglia, ma di tutti. Perché tutte le vite erano uguali.

Le storie che lei racconta si fermano al 1940, quando aveva 14 anni, in piena seconda guerra mondiale.
Sì: ho ancora tanti episodi da raccontare del periodo dopo l’inizio della guerra, che testimoniano lo stato sociale, non tanto i bombardamenti. A Rimini c’è stata la guerra civile: quando è caduto il fascismo abbiamo avuto paura delle ritorsioni. C’erano vendette, sevizie e purtroppo anche impiccagioni. Una lotta dell’uomo contro l’uomo che è meglio che una società non la viva mai.

Che ricordi ha, fra i più vivi, di quel tempo?
L’inverno del 1944 1945: la fame. Il fronte era sul Senio e ho potuto vedere con questi occhi cosa in cosa può trasformarsi un popolo se ha fame. Ho visto donne andare con i militari stranieri per un pezzo di pane. Davanti alla stazione dei treni nel punto tappa alleato i camion andavano e venivano carichi di militari e ragazze. Un ricordo indelebile: la fame annulla tutte le dignità.

Nel libro (e a corredo di questo articolo) ci sono anche tante immagini che ha scattato personalmente: da dove nasce la sua passione per la fotografia?
Nel 1956 quando ho comperato una Vitomatic II Voigtlander colorskopar: era una macchina che costava più di un mese di paga. Un cliente della trattoria di mio padre, nel 1938, mi aveva donato una Agfa a soffietto, ma mi era stata rubata durante il passaggio del fronte. Ho sempre amato fotografare le persone, cercare in esse qualcosa di particolare. E mi piace tuttora.

Da dove nasce il titolo del suo libro L’albero della scala?
Quando eravamo bambini andavamo a giocare presso un fosso d’acqua con attorno degli alberi. Un albero nella crescita non era andato verso l’alto, ma obliquo. Era molto largo e tutti riuscivano a salirci, anche le bambine. Era il nostro luogo di gioco preferito, ma era anche pericoloso perché sotto scorreva l’acqua.

Nel libro, oltre ai racconti, c’è anche molto dialetto.
Il dialetto è il mio pane, fin da bambino: mi riporta alle mie origini. In casa mia ho sempre parlato dialetto e mangiato piada, dalla mattina alla sera. Ecco perché ho scritto in dialetto e mi piacciono le espressioni dialettali. Sono molto più colorite ed espressive dell’italiano. Mia zia diceva: “Um toca mandè zo una pigra”, cioè: “Mi tocca mangiare una pecora”. Era quando doveva fare buon viso a cattivo gioco. Perché usava questa espressione campagnola? Perché nelle campagne tutte le famiglie avevano una pecora per fare il formaggio e il latte. Questa pecora, una volta vecchia, veniva ammazzata per essere mangiata, ma la carne era dura dura. A mandarla giù si faceva molta fatica, soprattutto per chi non aveva più denti!

Una bellissima ‘canzone’ dialettale che ha composto e messo a suggello della sua opera, riguarda l’amore fra Ugo d’Este e Laura Malatesti detta la Parisina.
Quando nel 1948 ho fatto il militare a Ferrara nella locale stazione radio, passavo le ore libere dentro il castello estense. Il custode ci ha portato a vedere le prigioni di Ugo e Parisina, raccontandoci la loro storia. In seguito ho approfondito la loro vicenda studiando dizionari, enciclopedie. La loro storia mi ha sempre commosso molto di più che quella dantesca di Paolo e Francesca. Paolo e Francesca erano adulti, sposati. Ugo e Parisina erano giovani, avevano solo 20 anni; erano nel fiore della giovinezza con la purezza del primo amore.

Una storia struggente, con un bellissimo finale. Ce lo recita?
I se e va e mond, l’amor ad Parisina, / l’è l’amor d’ades, a dir, at prima, / da quand e sorz e sol per l’eternità / tot us ferma, senza felicità. / Dop cu sa cnusu l’amor e la su potenza / se su calor, tla vita un spò fe senza, / quii chil zerca iè fortuned sil trova, / le sa un minut, per avè la vita nova.